Continuando ad utilizzare questo sito l'utente acconsente all'utilizzo dei cookie sul browser come descritto nella nostra cookie policy, a meno che non siano stati disattivati. È possibile modificare le impostazioni dei cookie nelle impostazioni del browser, ma parti del sito potrebbero non funzionare correttamente.

STORIA DI JEAN

A cura del PROGETTO VI.TO. – ACCOGLIENZA E CURA DELLE VITTIME DI TORTURA

 

Jean è nato a Kinshasa nel 1983. Nel 1999 è costretto a lasciare il suo paese d’origine.

In Congo Jean conduceva una vita normale: frequentava il Liceo, viveva con la madre, il padre e il fratello più grande. Il padre aveva rivestito importanti cariche nel governo precedente.

Una notte, nell’estate ’98, alcuni militari si presentano a casa di Jean, cercando i genitori, che erano da tempo controllati e sorvegliati. In casa trovano però solo Jean e il fratello e, anche se minorenni, li accusano di essere oppositori politici che stavano attivamente tramando contro il regime. Jean viene portato al Campo Kokolo dove rimane detenuto per oltre un anno. Viene torturato, picchiato e probabilmente stuprato, anche se non riuscirà mai a parlare delle violenze subite.

Scappato di prigione in modo rocambolesco, grazie all’aiuto di alcuni amici di famiglia, Jean viene nascosto per alcuni giorni da una persona, un commerciante congolese che dice di chiamarsi “Claude”. Questa persona lo aiuta a scappare e insieme raggiungono Fiumicino, dopodiché Jean viene lasciato solo. Claude gli mette in mano 10.000 lire, facendogli credere che siano molti soldi e scompare. Jean non ha mai più avuto notizie della madre, presumibilmente arrestata e uccisa; dopo faticose ricerche è riuscito a rimettersi in contatto con l’unico fratello.  

Quando gli operatori del CIR lo hanno incontrato per la prima volta, si sono trovati di fronte a un ragazzo che a stento riusciva a sollevare il volto, che mostrava marcati sentimenti di impotenza, di disperazione e di sfiducia nella possibilità di essere accettato e riconosciuto come degno di vivere.

La scomparsa del suo mondo, dei suoi riferimenti affettivi, sociali, culturali e  etici avevano aperto in lui una voragine. Nei primi mesi Jean appariva depresso, apatico, incapace di dare risposta anche ai suoi bisogni primari, riusciva a reagire solo quando era mosso da sentimenti di paura, in particolare quando si sentiva invaso da flashback e da situazioni che gli evocavano qualcosa che aveva vissuto nei mesi di prigionia. Era annichilito da tutte quelle situazioni e situazioni che gli evocavano la prigionia: freddo e buio. Da subito chi ha lavorato con lui èrimasto  colpiti dalle sue forti capacità intellettuali e introspettive, lavorava sui suoi sogni differenziando con chiarezza il passato dal presente, anche se il passato lo continuava ad invadere con immagini atroci. Spesso ripeteva “faccio fatica a pensare che quello che sento e vivo siano solo immagini del passato perché ho sempre l’impressione che i torturatori siano davvero nella mia stanza” e a volte aggiungeva “non farò mai quello che mi hanno fatto”, esprimendo l’angoscia che spesso hanno le vittime di tortura di aver interiorizzato il loro aguzzino.

Quando ha cominciato a stare meglio, ha spesso chiesto di essere sottoposto al test HIV, terrorizzato dai possibili esiti delle torture subite in carcere, ma poi ogni volta non trovava il coraggio di confrontarsi realmente con questa paura. Ci sono voluti due anni perchè finalmente affrontasse davvero questo esame, che peraltro ha dato esito negativo.

Jean è stato da subito seguito dal Progetto Vi.To. Accoglienza e Cura delle Vittime di Tortura, che il CIR gestisce dal 1996 e che offre un sostegno integrato ai rifugiati sopravvissuti a tortura. Il Progetto si prende cura della persona nella sua integrità, contrastando gli esiti della tortura e puntando a restituire dignità giuridica, identità sociale, psicologica e offrendo al contempo anche la cura medica.Il supporto legale, sociale, medico e psicologico vengono infatti riconosciuti come quattro fattori terapeutici fondamentali e da utilizzare in modo integrato.

Dopo due anni di lavoro profondo, sia in ambito psicoterapeutico che sociale, Jean ha gradualmente ripreso a guardare negli occhi chi aveva di fronte. Grazie ad una borsa di studio, ha potuto riprendere i suoi studi liceali, ottenendo la maturità, e poi si è iscritto all’università. .

Come spesso succede per le vittime di tortura anche per Jean è stato cruciale il supporto legale per la preparazione all’audizione da parte della Commissioni Territoriale per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato, che avrebbe deciso del suo status in Italia. Infatti i deficit di memoria sono tra gli esiti più ricorrenti che si manifestano nelle vittime di tortura, come emerge anche da una ricerca che il CIR sta portando avanti in collaborazione con il Centro per lo Studio e la Cura dello Stress Post Traumatico dell’Ospedale San Giovanni di Roma.

Se tutte queste vicende hanno lasciato qualche spazio a sogni e progetti, quello di Jean, nonostante tutto, è quello di assumere un ruolo politico nella ricostruzione del suo Paese.

 

Seguici anche su
FB twitter youtube