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STORIA DI ALI

Ali, afgano, arriva in Italia a 19 anni dopo un lungo viaggio attraverso l’Iran, la Turchia, la Grecia.

Arriva stremato e con problemi di salute gravi per cui viene subito ricoverato.

L’ambiente ospedaliero diventa presto familiare nell’esperienza italiana di Ali. Un’insufficienza renale acuta, disturbi ad un braccio, un intervento agli occhi e un ricovero d’urgenza per una peritonite: un corpo che, per le violenze subite, non riacquisterà mai la forza dei suoi anni.

Di Ali l’assistente sociale ricorda gli occhi spenti e l’atteggiamento dimesso del primo incontro al CIR: “sembrava perso” - riferisce Djamila - “ho capito da subito che aveva bisogno di essere seguito da vicino, in un ambiente protetto”.

Nel suo paese Ali faceva il cuoco e non è mai andato a scuola. “La priorità la formazione linguistica” - continua l’assistente sociale - “e in prospettiva potremmo magari trovare un corso professionale come aiuto-cuoco.”

Il percorso verso l’integrazione passa prima attraverso alcuni laboratori di riabilitazione portati avanti dal CIR. .

Viene inserito in un laboratorio di tessitura. “Lavorare con le mani, vedere una trama che lentamente prende forma e si compone sotto le sue dita ha avuto un forte valore terapeutico per lui” ricorda l’assistente sociale. Ospite in un centro d’accoglienza trascorre anche tre giorni a settimana in un convento di  suore, dove impara a cucinare, a tenere in ordine una casa e dove segue un laboratorio di prodotti erboristici.

Intanto la rete di amicizie intorno ad Ali si arricchisce di nuove figure: ci sono le suore, i membri dell’associazione che gestisce il laboratorio di erboristeria, il personale del CIR e in uno dei suoi ultimi ricoveri si aggiunge un chirurgo.

“Andavo ogni giorno a trovarlo in ospedale, volevo che dopo l’intervento ritrovasse un volto conosciuto accanto” - racconta Djamila - “In quelle occasioni parlavo con il chirurgo che l’aveva operato. Una volta mi chiese se avesse familiari e dove sarebbe andato una volta uscito di lì. Gli spiegai la sua condizione di rifugiato e gli raccontai del periodo nel centro d’accoglienza in scadenza e del percorso di autonomia ancora solo all’inizio. E il dottore mi disse una frase che da allora mi è rimasta impressa: <ma Lei crede che gli abbia salvato la vita per mandarlo per strada?”.

Attraverso conoscenze il chirurgo gli trova un’occupazione da giardiniere.

Ali lavora da due anni, chiama regolarmente come si fa in una famiglia e, come dice Djamila, “è rinato come un fiore!”.

 

storia raccolta da Yasmine Mittendorff

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