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LA STORIA DI BINIAM

Di Valeria Carlini, responsabile Ufficio stampa e comunicazione del CIR


Il paese di origine e il motivo della fuga

Biniam, di origini eritree, viveva con la famiglia in Etiopia. Allo scoppio della guerra con l’Eritrea la famiglia lascia il paese per ritornare in Eritrea. Ma nel paese di origine cominciano subito a doversi confrontare con molte difficoltà: la famiglia è di fede pentecostale, religione vietata e per tale ragione il padre viene arrestato. Inoltre in Eritrea c’è la coscrizione obbligatoria (il servizio militare non ha limiti temporali n.d.r). 2 fratelli e 1 sorella finiscono sotto le armi e muoiono. Un altro fratello (che ora si trova in Egitto dopo essere scappato dall’Eritrea da pochi mesi) rimane sotto le armi per 6 anni.
 

Il Viaggio

Il padre lo convince a scappare, prima che la sua vita venga rovinata per sempre. Fugge insieme a 6 suoi amici. Ha 15 anni ed è il 2005. Per arrivare in Europa passa attraverso il Sudan. Ci mette 10 giorni ad arrivare, alterna camminate durante la notte e passaggi in camion. Dopo il Sudan continua il suo viaggio per la Libia. 1 mese infernale stretto su un camion talmente carico da rovesciarsi nel deserto. Non si fermano mai per dormire, al massimo 20 minuti per fare una brevissima pausa. Mi dice che non pensava potesse esistere qualcosa del genere e che si potesse sopravvivere. Arrivato in Libia viene fermato dalla polizia e incarcerato. Prima Misratah e poi Kufra. Parla di Kufra (dove ha passato 5 mesi) con gli occhi spenti, è un carcere in mezzo al deserto, ha le celle sotto terra, e non riesce ad aggiungere altro.

 

Esce dal centro di detenzione perché la famiglia paga 3mila dollari agli agenti. Viene consegnato a un passeur che lo porta nelle vicinanze di Tripoli. Aspetta 4 mesi vicino a una spiaggia inattesa del momento di imbarcarsi su una nave. Il suo unico obiettivo è quello di arrivare in Europa.


Ci prova per 2 volte prima di riuscirci: la prima volta, la nave è così vecchia che si rompe a pochi metri dalla riva, la seconda volta, invece, la polizia li prende mentre stanno per imbarcarsi. Scappa e si nasconde. Solamente la terza volta riuscirà ad imbarcarsi. Salpano 2 diverse barche con 45 persone l’una, 4 dei suoi amici sono su un'altra imbarcazione. Le condizioni del mare sono pessime e la barca con i suoi amici affonda. La sua nave, invece, nella tempesta resiste ma perde il sistema GPS per l’orientamento. Non sanno dove andare. Dopo 5 giorni in balia del mare (la direzione cercavano di prenderla scrutando il cielo) sono intercettati da un elicottero italiano e una nave militare italiana li porta in salvo.
 

L’Italia

Arriva a Lampedusa, ma sa già che non vuole restare in Italia. Quando era in Libia si era messo in contatto con alcuni suoi amici in Italia che avevano spiegato che in questo paese non avrebbe avuto diritto a nulla, che dormivano per strada. Per questa ragione non vuole dare le impronte né dichiarare la sua vera identità. Sa già che vuole andare nel Regno Unito.

 

Al momento dell’identificazione gli vengono prese le impronte digitali, ma Biniam dà un nome e un’età falsa. E’ un errore enorme: Biniam all’epoca aveva 16 anni è minore e per il suo caso non si sarebbe applicato il Regolamento Dublino. Avrebbe potuto andare nel Regno Unito e vivere tranquillamente lì, ma con l’età falsata tutto diventa diverso. Ma non lo sa.

 

Viene mandato al CARA di Crotone, da dove esce dopo 2 mesi con un permesso di soggiorno per status umanitario. Non sa dove andare, gli hanno riconosciuto una protezione e nulla di più. Non un centro di accoglienza, non un progetto di vita. Si reca a Firenze dove ci sono alcuni dei suoi amici. Dorme in un parco, per strada per 2 mesi. Poi viene inserito in un centro di accoglienza a Prato, ma è stanco di non fare nulla. Prova a chiedere corsi di formazione, di lingua italiana. Non gli viene proposto altro che un posto letto. Stanco, decide di partire per l’Inghilterra, seguendo i consigli e le strade di tanti suoi amici.
 

Già all’epoca ha problemi di salute psicologica è in cura presso un ospedale dove gli vengono somministrate medicine.
 

L’Inghilterra

Parte per Parigi con un treno via Torino. Da lì arriva a Calais dove rimane 1 settimana nel tentativo di imbarcarsi per l’Inghilterra. Si nasconde dentro un camion, ma appena arrivato in Inghilterra portano il camion in un hangar e cominciano a perquisirlo in modo approfondito. Viene trovato e portato alla polizia di frontiera: chiede asilo. Passa i primi 20 giorni in hotel e poi lo mandano in un centro di accoglienza. Il centro gli piace molto: è un appartamento e ogni settimana va dalla polizia a ritirare un pocket money di 55 sterline. Quando dopo due mesi lo convocano per l’audizione gli dicono che sarebbe stato rinviato in Italia, incrociando i dati, infatti, è risultato il suo passaggio per il nostro paese.
 

Decide di scappare, ha molti amici e comincia a vivere presso di loro. Dopo poco tempo trova un lavoro come meccanico: è bravo, il padre aveva un garage in Eritrea e sa fare bene questo lavoro. Riesce ad affittarsi una casa, a vivere dignitosamente con ciò che guadagna. Dopo 1 anno e ½ l’officina dove lavora chiude, comincia a lavorare in una pizzeria e poi ancora in una fabbrica di formaggio. Nel frattempo si iscrive a un istituto linguistico per imparare l’inglese.

 

Mentre racconta della sua vita in Inghilterra è sollevato, continua a ripetere “era una vita bella”, aveva amici, lavoro, prospettive. Nonostante fosse un migrante irregolare si sentiva di avere una vita migliore. Non riesce a credere che si possa vivere meglio in un paese senza avere nemmeno i documenti che in Italia con una protezione.
 

Per quanto riguarda la sua salute viene costantemente seguito dalla Medical Foundation, una organizzazione che si occupa di cura per le vittime di tortura.
 

Dopo 4 anni di questa vita fa quello che lui chiama “un errore”. In un momento di poca lucidità un suo amico lo convince a provare ad andare a chiedere asilo, nuovamente presso la polizia. Viene mandato in un centro di accoglienza a Birmingham, la polizia sta aspettando di verificare se l’Italia accetterà o meno la competenza del caso im accordo con il regolamento Dublino II. Lu ha paura e lascia il posto, ma non ha fortuna, dopo poche settimane viene trovato dalla polizia per un controllo di documenti e inviato in un centro di detenzione per migranti dove viene trattenuto 8 mesi. In attesa di sapere, ancora una volta, se l’Italia accetterà o meno la responsabilità del caso.
 

Quando racconta la sua storia è nervoso, dice con rabbia che il poliziotto del centro di detenzione gli assicurava che se l’Italia avesse accettato il caso lo avrebbe “trattato bene, sarebbe stato inserito in un centro di accoglienza e avrebbe avuto un sostegno. Che gli avrebbero dato “tutto”.” La Medical Foundation cerca di dimostrare la sua condizione di forte fragilità psicologica e la conseguente non opportunità di rimandarlo in Italia. Il suo volo viene rimandato per ben 3 volte, ma alla fine parte.
 

L’Italia, di nuovo

Arriva a Fiumicino nell’ottobre del 2010 una prima volta e lì, al contrario di quanto il poliziotto inglese gli aveva assicurato, non trova nulla. Assolutamente nulla. Nessun centro di accoglienza, nessun supporto. Ritorna a Firenze dove passa 2 mesi a casa di un amico, che poi parte per l’Olanda. Si trova allora a vivere altri due mesi per strada. Inoltre non riesce ad avere il suo permesso di soggiorno, perché il fascicolo è perso tra la questura di Crotone e quella di Prato.

 

Non riesce a non pensare alla sua condizione. E’ ossessionato dal pensiero dell’impossibilità di vivere in Italia e di quanto, invece aveva in Inghilterra. Di quanto fosse tutto migliore.
 

Disperato, senza nulla in tasca decide di ripartire e ri-tentare la sorte in Inghilterra. Ancora un treno, ancora Parigi, ancora Calais, ancora un battello. Ancora una volta viene trovato dalla polizia. Stavolta viene riportato in un centro di detenzione per 4 mesi. Poi di nuovo inviato in Italia.

 

Viene segnalato al CIR dalla Medical Foundation, pesantemente preoccupata del suo stato di salute psicologica. Arriva a Fiumicino il 19 aprile e, grazie alla segnalazione del CIR, viene subito inserito in un centro di accoglienza e nel progetto di accoglienza e cura per le vittime di tortura.

 

Ora dice solo di essere stanco, stanco, stanco. E arrabbiato.

 

Dice anche che non riesce a non pensare alla sua vita, a quanto sia stata complicata, a tutto il dolore, a tutti i problemi, all’assoluta mancanza di tutto che in questo momento la contraddistingue. A come invece vivono i suoi amici in Inghilterra.

 

L’unico momento in cui non pensa è il teatro, mi dice. Lì si trova bene. Riesce a sorridere, a parlare con altri, a fare qualcosa di bello, di utile, a costruire qualcosa. A non pensare, a dimenticarsi delle cose, a vivere.

 

Stavolta il fatto che sia seguito da un associazione può fare la differenza. Gli dico che insieme all’assistente sociale che lo segue potrà trovare dei corsi di italiano, di formazione, cercare un tirocinio e poi un lavoro. E dopo il lavoro, infine una casa. Che piano piano sarà possibile. Solo allora la vita in Italia comincia a prendere una forma che non gli sembra più così impossibile, e riesce un po’ a distendersi.
 

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