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Rifugiati sopravvissuti a tortura, la storia di Ahmed, in fuga dall’Egitto

3 febbraio 2014 - Presentiamo la drammatica storia di Ahmed - in fuga dall’Egitto, arrivato sulle coste pugliesi nel 2009 dopo aver attraverso il Sudan, il Niger, il Ciad e l’Algeria – che il CIR ha seguito in questi anni.

“La sua e’ una storia che mi ha toccato profondamente”, racconta Djamila, assistente sociale del CIR che in piu’ di 10 anni di lavoro ne ha accolte di persone tra pile di fascicoli e frammenti di storie alle pareti.

Persone che poggiano sulla sua scrivania carichi pesanti mentre cercano risposte a questioni inalienabili e centrali: un lavoro dignitoso, una casa come spazio sicuro e in cui ri-immaginarsi una vita.

Ahmed è un uomo egiziano sui 40 anni e si presenta nell’ufficio di via del Velabro, un giorno di inverno, è agitato, esasperato, grida che i suoi diritti non sono ascoltati. Le barriere linguistiche, la sensazione che nessuno capisca il suo dramma, la situazione di estrema incertezza e precarietà che vive con la sua famiglia lo hanno portato alla disperazione. E Ahmed ha perso il controllo.

Una lunga negoziazione per spiegargli come funziona il servizio, che ci sono orari e criteri e un appuntamento da prendere con l’assistente sociale a cui può presentare le sue richieste. Ahmed torna ad essere l’uomo gentile che avremo modo di conoscere da lì in poi.

Al primo appuntamento con Djamila, Ahmed è intimorito e poco fiducioso quando comincia a raccontare la sua lunga storia, poi le parole percorrono deserti e mari, collegano paesi nella trama di un viaggio lungo mesi e continenti prima di approdare in Italia nell’estate del 2009.

Con la moglie e tre bambini piccoli, sono fuggiti attraverso il Sudan, il Niger, il Ciad e poi l’Algeria. Nessun progetto e nessuna idea dell’Italia. Solo una barca. E le spiagge pugliesi ad accoglierli dall’altra parte del mare, e poi una vita lasciata per sempre sulla sponda opposta.

Le ferite per le discriminazioni e le violenze subite nel suo paese si aprono come fratture nel suo già difficile percorso d’integrazione in Italia.

La malattia della moglie, che necessità di cure costanti, l’inserimento dei figli a scuola, le tante spese da affrontare: la mensa, i vestiti, le medicine, tutto sembra sopraffarlo.

E’ oberato dalle difficoltà e non riesce ad accettare l’idea di non poter garantire a ciascun membro della sua famiglia una vita dignitosa. Tutti salvi ma soli e senza aiuto.

Rabbia e frustrazione aumentano quando si confronta con il mondo del lavoro. Lui biologo presso un’università prestigiosa. Un lavoro che prima lo ha gratificato e poi lo ha condannato. Denuncia infatti l’assenza di controlli su alcuni alimenti e viene perseguitato.

Nei tre anni che sono passati dall’arrivo in Italia, la famiglia è accolta in diversi centri. Sbarcati in Puglia si sono trovati in difficoltà nel centro dove erano stati dapprima inseriti. Ancora oggi quando ne parlano sono scossi, parlano di condizioni materiali molto difficili da sopportare. Alla famiglia mancava tutto, si sentivano non accolti anche se avevano un tetto sopra la testa. Per questo decidono di raggiungere Roma, dove ospitati in un centro religioso, riescono a trovare una dimensione di maggiore serenità.

Ma ancora manca ad Ahmed e alla sua famiglia una prospettiva diversa, quella di potersi ripensare in Italia.

Cominciare a ricucire i frammenti di una storia interrotta.

Creando una rete di sostegno in affiancamento con una psicologa ed un’assistente sociale dell’VIII municipio, il CIR offre ad Ahmed un sostegno integrato. Partendo dai contributi per sostenere le spese scolastiche per i figli e le prime necessita’ materiali, Djamila struttura un percorso di integrazione lavorativa con Ahmed. La sua situazione lavorativa e’ infatti cambiata grazie ad un corso per pizzaioli. Finito il corso ha iniziato a lavorare dapprima facendo delle sostituzioni, acquisendo così un po’ di sicurezza. Si e’ sentito riqualificato come persona, riuscendo

a dimostrare anche in Italia alcune delle sue qualità e scoprendo nuove abilità. Per completare

la formazione frequenta anche un corso di panificazione. Ora Ahmed lavora come panettiere. Siamo

ancora lontani dal riconoscimento della sua esperienza e delle sue qualifiche, certo, ma si e’

compiuto un primo passo verso l’indipendenza economica. Una base su cui ricostruire.

 

Per conoscere l’attività del CIR a sostegno dei rifugiati e dei richiedenti asilo sopravvissuti a tortura attraverso il Progetto “Together with VITO”

http://www.togetherwithvito.org/index.php?lang=ITA