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Rifugiati sopravvissuti a tortura, la storia di Paul, in fuga dal Togo

1 gennaio 2014 - Paul e’ un fotografo impegnato nella battaglia per i diritti civili e politici in Togo. Con il suo lavoro documenta manifestazioni, denuncia violenze e ingiustizie soprattutto da parte della polizia. Da anni pubblica le sue foto in modo anonimo, su riviste online e giornali.

Un giorno di marzo del 2010, Paul esce di casa...

per andare a lavoro, un servizio da fare su richiesta del partito nel quale anche lui milita, l’Union des Forces du Changement (UFC).

Saluta moglie e figli sulla porta di casa come sempre. Si sarebbero rivisti al suo rientro la sera.

E’ l’ultima volta in cui li vede.

Paul a casa non è tornato né quel giorno né quelli seguenti.

Paul quel giorno viene portato in carcere, dove subisce torture.

E’ il periodo della campagna elettorale per le presidenziali, che si svolge in un clima di tensione

e violenza tra i militari e l’UFC. Quel giorno, la polizia ha fatto una retata nella sede del partito

d’opposizione e sequestrato tutto il materiale, tra cui le fotografie di Paul. Erano anni che lo cercavano.

Ora viene identificato e portato via con altri membri del partito.

Rimane in carcere per 21 giorni.

Riesce a fuggire solamente grazie all’aiuto del medico militare che lo visita per le ferite e gli esiti

delle torture che gli vengono sistematicamente inflitte.

Paul viene nascosto nel portabagagli della macchina del medico che lo lascia lungo la strada, che dal Togo, conduce direttamente in Ghana. Gli dice di non tornare a casa, perché sarebbe stato immediatamente rintracciato e riportato in carcere. E di nuovo violenze e nessun amico medico a salvarlo. Paul si incammina a piedi verso il Ghana, alle spalle la sua famiglia, i figli piccoli, il lavoro, l’impegno sociale, tutto ciò che ha costruito.

In Ghana riesce a prendere un aereo per l’Italia, con l’aiuto di alcuni amici.

E’ la primavera del 2010 quando atterra a Fiumicino.

Paul è una persona estremamente fragile e non riesce a liberarsi dalle esperienze vissute in carcere, è perseguitato da incubi e pensieri intrusivi. Continua ad avere anche dolori fisici e soffre di una grave forma di asma, presenta alterazioni durature dell’identità, del senso di sé, della capacità di aderire a valori condivisi, della fiducia in sé, negli altri e nel futuro.

”Presenta il quadro clinico tipico di una persona che ha subito torture: un caso complicato e grave.

Inizialmente è difficile la comunicazione con un paziente così impenetrabile” riferisce il dott. Lorenzo Mosca, medico psichiatra che collabora con il CIR nei progetti di assistenza e cura delle vittime di tortura. ”Era molto depresso, silenzioso e privo di qualsiasi motivazione”.

”Il suo disagio psicologico era talmente intenso che aveva compromesso la sua vitalità interiore e la

sua capacità di stare al mondo”. Per lui e’ stato pensato un percorso di riabilitazione complesso:

da un punto di vista psichiatrico, Paul viene supportato per poter contenere l’intensità del disagio;

viene seguito anche a livello psicologico per rielaborare il suo vissuto e ristabilire rapporti di

fiducia con gli altri; al contempo è stato inserito in un laboratorio di riabilitazione psicosociale in

ambito teatrale dove per lui si è riaperto uno spazio e una dimensione empatica, dove ha potuto

contribuire alla costruzione di un progetto comune.

Lentamente e in maniera molto lineare, Paul ha iniziato a recuperare le sue energie. Inoltre, il

riconoscimento dello status di rifugiato ha ridato legittimità al suo percorso di impegno politico e

contribuito a restituire un pezzo importante della sua identità.

 

Per conoscere l’attività del CIR a sostegno dei rifugiati e dei richiedenti asilo sopravvissuti a tortura attraverso il Progetto “Together with VITO”

http://www.togetherwithvito.org/index.php?lang=ITA